2: Narcissa E' cielo di tempesta sopra ad Azkaban; lo è sempre. La pioggia sbatte sulle vetrate e il vento le fa vibrare con un clangore metallico. E' possibile Materializzarsi solo in una determinata stanza della prigione e in determinati orari, per ovvi motivi di sicurezza. Narcissa Malfoy si trova lì, nello stesso atrio con una mezza dozzina di altre mogli in visita, alcune anche con bambini, e un avvocato. I mariti delle donne devono essere delinquenti comuni, a giudicare da come sono vestite e dal modo in cui parlano. Lei, coi suoi capelli tiratissimi in uno chignon alto sulla nuca e il sobrio abito invernale, si sente come una mosca bianca. Non può evitare di provare fastidio per la donna di fianco a lei - un neonato in braccio e un bambino di forse due anni per mano - che sembra non vedere una vasca da bagno da una vita. L'unico decente sembra l'avvocato, ma Narcissa è infastidita anche da lui: le ricorda solo che Lucius, per il tipo di accusa che ha ricevuto, ha automaticamente perso il diritto a una difesa. E' la legge, uno dei decreti che Barty Crouch aveva fatto passare vent'anni prima, e che nessuno aveva mai pensato di modificare perché dopo la caduta di Voldemort: "non ce ne sarebbe stato più bisogno". Guarda invece come è tornato utile, pensa sarcastica Narcissa. Ha impiegato mesi, tra burocrazia, cavilli legali e piccole corruzioni per ottenere questo straccio di visita. Un secondino appare sulla porta e chiama i visitatori per la perquisizione, in ordine alfabetico, e Narcissa si ritrova penultima, proprio con la donna puzzolente. Approfitta del fatto che la stanza sia ormai vuota per allontanarsi da lei. Va alla finestra: sono in una torre a strapiombo sul mare. Onde altissime e grigie si infrangono sugli scogli, arrivando a lambire le mura. Narcissa si chiede come abbia fatto Sirius a scappare da lì, anche se in forma di cane. Non che abbia molta importanza, adesso che non è più tra i vivi. Il figlio più piccolo della donna ha cominciato a piangere. Narcissa schiocca la lingua. Ciò non giova al suo mal di testa. Provvidenziale, arriva il secondino a chiamarla: "Narcissa Malfoy?" Col mento sollevato e un'espressione dura, entra nella stanza delle perquisizioni, dove una strega, anche lei in divisa da secondino, le fa consegnare la bacchetta, compilare un modulo e la perquisisce sia con un incantesimo sia manualmente. Narcissa se l'aspettava e, infatti, non ha niente con sé. D'altra parte cosa pensavano, che portasse a Lucius una torta con una lima dentro? E' cosciente di essere già fortunata ad essere arrivata fin qui. All'uscita, trova un altro secondino, la cui targhetta sulla divisa dice "B. Jenkins" ("B."? Bob? Basil? Babbeo?) che le dice di seguirlo lungo un corridoio angusto e imbiancato a calce. Entrano in una stanzetta, anch'essa tutta bianca, con solo un tavolo, due sedie e un'altra porta. Il secondino fa entrare Narcissa e poi comincia ad enumerarle le regole. "E' molto semplice. Tenga le mani sempre sopra al tavolo, bene in vista. Parli con chiarezza. Niente bisbigli, anche perché comunque tutto quello che direte sarà registrato a messo a verbale." "Tutto ciò è ridicolo." "Signora, è già un miracolo che abbia ottenuto il permesso di vederlo, suo marito. Di solito non succede coi detenuti dell'ala di massima sicurezza come lui. Se la preoccupa la sua privacy, devo dirle che i verbali vengono usati esclusivamente per le indagini e le procedure processuali, e non possono in alcun modo essere divulgati." "Ma che sollievo" commenta Narcissa " suppongo allora che quando torna a casa lei non racconti niente a sua moglie di quello che fa al lavoro, vero?" Il secondino aggrotta le sopracciglia, e forse avrebbe anche risposto se ora non si fosse aperta l'altra porta. Narcissa sobbalza. Incatenato, vestito dalla divisa grigia del carcere, sempre troppo leggera per quel clima, è Lucius quello che entra nella stanza accompagnato da una guardia. La donna si sente il cuore battere forte. Per la prima volta dopo quasi sei mesi, rivede il marito. Aveva paura, considerando cosa aveva fatto Azkaban a Bellatrix; ma i Dissennatori non sono più qui, ed è passato troppo poco tempo. Lucius sembra lucido, tuttavia non si può dire che sia lo stesso di prima. Ha la barba lunga e le ossa del viso sono evidenti, i capelli gli cadono sulle spalle in ciocche disordinate. Gli occhi, sempre penetranti, hanno però il luccicore dello sfinimento. "Un po' affollato qui dentro, vero?" dice lui sedendosi, dando un'occhiata ai due secondini di fianco al tavolo. La voce gli si è fatta un po' più ruvida. Narcissa gli stringe le mani, tentando di parlare in modo fermo. "Lucius. Non hai idea... è magnifico vederti. Stai bene?" "Ehm, signora" interviene Jenkins " dimenticavo di dirle di limitare il contatto fisico." Narcissa ritrae le mani e guarda Jenkins come se volesse incenerirlo. "Non importa" dice Lucius fissando le mani della moglie " comunque qui è tutto a posto, nei limiti del possibile. Tu come stai? E Draco? E' andato a scuola?" Narcissa annuisce. "Sì, ha cominciato regolarmente. Ma non so capire fino in fondo come abbia preso tutta questa storia. Parla sempre meno. E adesso, appunto, è a scuola... non so come si comporti dato che lì lo vede praticamente ogni giorno." "Severus ti avviserebbe se ci fossero problemi." "Sì, è quello che mi dico anch'io." "Sei dimagrita" le dice Lucius di punto in bianco. Non le ha staccato gli occhi di dosso per un solo istante. "E' solo il nero del vestito" mente Narcissa " tu, piuttosto. Mangi? Ti fanno uscire?" "Diciamo che mi tengono in vita. Uscire per noi del braccio di massima sicurezza quasi non se ne parla, specialmente insieme. Non vogliono che comunichiamo tra noi, credo, per cui non so nemmeno come stanno gli altri." "E' tremendo." "Il mese in cella d'isolamento è stato peggio." Un misto di rabbia e tristezza invade Narcissa. Per ovviare alla mancanza dei Dissennatori, il Ministero ha ulteriormente inasprito il regime carcerario, specialmente nei confronti di chi è implicato con Voldemort e le Arti Oscure. Privare i detenuti dell'ora d'aria è contro le convenzioni internazionali, ma le autorità sono bravissime ad aggirare le proprie stesse leggi - Narcissa lo sa bene, così come sa bene che a Caramell semplicemente non conviene mostrarsi tenero coi Mangiamorte. Sospira. Non vuole cedere di fronte a Lucius, sa che questo non lo aiuterebbe per niente, tuttavia riesce solo a dire, in un soffio: "Mi manchi, Lucius, mi manchi così tanto che certe notti credo di impazzire se non..." "Parli più forte, signora, o dovrà concludere il colloquio." "DANNAZIONE!" sbotta Narcissa rivolta a Jenkins, gli occhi lucidi "Vuole che le faccia un disegnino? Scommetto che ha capito benissimo, però." Torna a rivolgersi a Lucius, che si morde un labbro. "Beh, io ho capito benissimo, e forse è meglio se non ne parliamo nemmeno. Se non possiamo neanche tenerci per mano, dubito che avremo diritto a quello stanzino per le visite coniugali di cui ho sentito dire meraviglie, vero? Suppongo che qui si facciano delle scommesse su a chi cadrà per primo il sapone nella doccia" dice sarcastico rivolgendosi ai due secondini. "Non insulti un pubblico ufficiale, Malfoy" dice piano la guardia che l'aveva accompagnato "anche queste cose si ripercuoteranno sull'asprezza della sua pena." "Non avevo dubbi" solleva le sopracciglia Lucius tornando a rivolgersi a Narcissa. Lei distoglie lo sguardo, scornata, e poi si forza a guardarlo di nuovo: chissà quando e se riuscirà a vederlo ancora. Vorrebbe dirgli qualcosa di importante senza l'umiliazione di darsi in pasto alla curiosità dei secondini; vorrebbe poter rispondere alle domande mute che legge negli occhi del marito - cosa dice l'Oscuro Signore? quali sono i suoi piani? Uscirò da qui? D'altra parte, forse è meglio così. Voldemort non sembra affatto avere in mente un'altra evasione. Per ora, Lucius e gli altri sono letteralmente abbandonati al loro destino. Stringe le labbra. Pensa a Harry Potter. E' lui la causa di tutto. Se potesse, lo strozzerebbe con le sue mani, il moccioso. "Lucius." "Più forte, signora." "Ho solo detto 'Lucius'!" ribatte Narcissa sbattendo le mani sul tavolo. "Signora, ciò che ho detto a suo marito vale anche per lei" dice, con una calma irritante, il carceriere di Lucius. Anche Lucius sembra calmo, o forse è solo stremato, quando dice: "Stai tranquilla, Narcissa." "E come faccio? Col pensiero che tu sei qui e che quando tornerò a casa troverò... chi vuoi che trovi? Posso tener duro, ma fino a quando?" dice lei, concitata. Si passa le mani sulla faccia. "Scusa. Non dovrei essere io a lamentarmi." Lucius torna a fissarle le mani. "Non so cosa dirti." Oh, Dio, no. Dimmi una bugia. Dimmi che andrà tutto bene e io ti crederò, ma non dire così. Lucius stringe i pugni, li riapre, e rialza gli occhi sulla moglie. Ora sembra molto vecchio. "Io posso solo fidarmi di te, Narcissa. Ma tu devi fidarti di te stessa per prima." La donna annuisce, tentando di spingere in giù quel groppo che sente in gola, e di non pensare che sono passati solo sei mesi, e cosa sono sei mesi in confronto a tutta la loro vita futura? Sarà sempre così? Jenkins guarda l'orologio e fa un passo verso di lei. "Il tempo è scaduto, signora. Devo accompagnarla fuori." Narcissa vorrebbe abbracciare Lucius, baciarlo e toccarlo per non staccarsene più, ma si limita a guardarlo, a tentare di fissare nella propria mente ogni singolo dettaglio. "Arrivederci, Narcissa." "Ci rivedremo" dice lei, già in piedi "farò in modo di ottenere un altro colloquio. E un altro ancora. E ti porterò anche Draco..." "Non so se è il caso che lui mi veda così." "Signora." Narcissa vorrebbe rispondere qualcosa ma stavolta il tono di Jenkins non ammette repliche. Saluta Lucius un'ultima volta e poi esce, scortata dal secondino lungo il corridoio così bianco, forse, per bilanciare il resto della prigione. Lucius, che in vita sua non si è mai mostrato sporco, qui è come se avesse già acquisito la patina grigia di chi è stato dimenticato. Narcissa prega con tutte le sue forze che lui possa, presto, tornare quello di prima. Ma poterci credere, quello sì che è faticoso.