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Nota: Una fanfiction simile su Gangs of New York mi ronzava in testa fin da quando avevo visto il film... Questa è una versione più sintetica e asciutta di ciò che avevo cominciato a buttare giù al tempo. E' un misto tra un racconto epistolare e un monologo interiore... Francamente non credo che GONY sia molto fanficchizzabile (e nemmeno credo che "fanficchizzabile" sia una parola, se è per quello ^_^), però non riuscivo a non pensare che, in fondo, valeva la pena di saperne di più sul rapporto tra Jenny e Bill - anche perché lo ritengo potenzialmente più interessante di quello tra Amsterdam e Jenny, poiché più che come amanti li vedevo come amici o alleati... E poi, come in fondo fa Jenny, volevo tenere Bill ancora un po' con me ;-)
Spoiler: Ebbene sì, se non avete visto Gangs of New York questa fic spoilerizza il finale. Leggete a vostro rischio e pericolo.
Rating: M14G per il linguaggio e allusioni a situazioni violente & scabrose. Ci sono andata così leggera che quasi non mi riconosco, tenendo conto che parlo di un posto veramente sordido.
Disclaimer: Gangs of New York è un film di Martin Scorsese e un libro di Herbert Asbury. (c) degli aventi diritto, io non ci sto guadagnando niente.
Unforgettable fire (c) U2.
Berserk (c) Kentaro Miura. Una citazione è palese, un'altra è malamente camuffata nel testo ^_^

 


Unforgettable Fire

 

Il falò di quei giorni...
Sta ancora riscaldandomi il cuore.

Kentaro Miura - Berserk

...il fuoco indimenticabile è dunque anche una forza che consuma.

Bono

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Caro Bill,

 spero mi scuserai se, in realtà, non scriverò mai questa lettera. Temo che se prendessi in mano la penna farei un bel pasticcio. E poi penso che anche così ti arriverà lo stesso, lì dove sei. Ho sempre pensato che ti avrei scritto dall'ovest, un giorno, per farti vedere dov'ero arrivata. Saresti stato orgoglioso della tua bambina? Eri una persona imprevedibile, Bill, e dopo tutti gli anni che avevo passato vivendoti vicino ancora non sapevo fino in fondo cosa aspettarmi da te.
Eppure ero tua - una tua creatura, per essere precisi. Tutti ti dovevano qualcosa ai Five Points, ma io ero tra quelli che ti dovevano di più, ti dovevo la vita stessa.


Quando ripenso al giorno in cui mi hai presa con te è come se tentassi di ricordare un sogno. Doveva esserci un freddo atroce, ma non me lo ricordo più. Non ricordo nemmeno in che momento mia madre, rannicchiata di fianco a me in quel portone, ha smesso di respirare. Ho in mente più che altro il rettangolo di cielo grigio, invernale, che vedevo da laggiù.

Da noi il cielo non si vedeva mai per intero, mentre qui all'ovest sembra dieci, cento volte più grande più blu, tanto che a volte mi fa quasi paura, e allora mi do della sciocca perché mi sembra di essere un uccellino che ha nostalgia della gabbia.

E poi, ricordo che quel rettangolo di cielo era diventato nero, un'ombra l'aveva coperto, e quell'ombra eri tu, smisurato come una torre, e mi sono sempre chiesta cosa avessi visto in me, quella volta, per decidere di raccogliermi invece di lasciarmi lì a morire come succedeva a tutti. Ero scheletrita, forse con la polmonite, inequivocabilmente irlandese. Davvero, non so cosa avessi potuto vedere in me. Non sembravi il tipo da far beneficenza - di sicuro non nel modo in cui la facevano quelli dei quartieri alti, così, alla cieca, giusto per mettersi a posto la coscienza o perché lo richiede la società. Forse io sono finita dentro al tuo... impeto del momento?

Dio solo sa quante altre volte mi sarei trovata in mezzo ai tuoi "impeti del momento", nella mia vita.


Non sembra più un sogno, anzi, quasi me la sento di nuovo nello stomaco la bistecca che mi avevi messo davanti nel caldo della tua cucina. E la bistecca dopo. Ho mangiato fino alla nausea, come non avevo mai mangiato in vita mia, quella carne che avevi staccato dal gancio e macellato e cotto davanti ai miei occhi. Ridevi sotto ai baffi guardandomi mangiare. Dovevo sembrare un cagnolino randagio attaccato all'osso. Ed ero così stremata che ancora non mi rendevo conto dell'enormità del mio privilegio, non potevo sapere cosa e quanto significasse poter mangiare al tuo tavolo e, dal quel giorno, vivere sotto al tuo stesso tetto. Certo, l'avrei capito presto.

 Pagasti il vecchio pastore perché mi insegnasse a leggere, almeno quanto bastava perché ti leggessi i titoli del giornale la mattina quando giocavi a carte con i tuoi scagnozzi, e tu ti vantavi di me e dicevi: guardate la mia bambina com'è sana, e come l'ho istruita.

Ed era vero, perché dopo essere quasi morta avevo ripreso a vivere a doppia velocità, non camminavo mai, correvo e basta, ed era stato naturale per me diventare il capo di quella banda di ladruncoli che razzolava nel tuo cortile. Poi ti portavo tutto perché mi sembrava giusto farlo, non perché avessi paura di te. Doveva ancora arrivare il momento in cui avrei voluto dimostrare, a te ma soprattutto a me stessa, che potevo farcela anche da sola; che sarei sopravvissuta anche lontano dal tuo fuoco perché nessuno, nemmeno tu, aveva il diritto di possedermi. E poi, doveva ancora arrivare il momento della Faccenda.


Ma allora, oh, allora ti appartenevo e ne ero felice perché ti <i>importava</i> di me. E nessuno osava farmi nulla perché sapevano che offendere me avrebbe significato offendere anche William Cutting, e l'unico che era stato talmente stupido da provarci era finito monco ed esiliato.

Ti ricordi certo di Fischio, quello senza un dente davanti che parlava sibilando e che una sera di primavera aveva tentato di violentarmi praticamente lì, in strada, ed io gli avevo piantato uno stiletto nella gamba ed ero scappata. Tu l'avevi saputo subito. L'eri andato a prendere e gli avevi staccato di netto e gli avevi staccato di netto le mani con la mannaia da macellaio. Sento ancora il colpo sordo della lama sul bancone, e tu che copri le sue urla di dolore ruggendo: "ritieniti fortunato, caro il mio Fischio di merda, che non sei neanche riuscito a calarti le braghe, se no invece delle mani ti avrei tagliato le palle e te le avrei fatte mangiare, ammesso che tu le abbia. Ma chi sei? Chi pensi di essere per farmi fesso? Non si tocca ciò che è mio. E che non veda più quel tuo brutto muso qui ai Five Points, o invece delle mani ti stacco la testa e la uso come pitale."

Era stato uno spettacolo orrendo ma in quel momento ti avevo adorato più di quanto già non facessi. Poi quando i tuoi avevano portato, o meglio trascinato fuori Fischio, mi avevi guardato e mi avevi detto: puoi stare sicura che d'ora in poi quello starà alla larga, ma sta in campana, Jenny... con quegli occhi che hai... gli uomini ti guarderanno sempre.


Ma Bill, a me, che in fondo ero una mocciosetta, "gli uomini" parevano tutti figurine di carta finché avevo sotto agli occhi te, che eri grandioso, forte, terribile.
Capisci che allora è stato ovvio, per me, infilarmi nel tuo letto, una notte qualche tempo dopo quell'episodio. Non hai mai saputo che, prima che ti svegliassi, ero rimasta lì di fianco a guardarti dormire per un po', trattenendo il fiato.  Essere silenziosi è indispensabile per i ladri, e tu sai che già allora ero piuttosto abile. Ti guardavo dormire - e nessuno dorme veramente con un occhio aperto, lo so bene - e quasi mi veniva da pensare che mi sarebbe bastato anche solo stare lì, di fianco a te, a sentire il tuo respiro quieto.

Invece poi ti sei svegliato, e non ci sono state troppe parole, e quanto male! Quanto sangue! Ma non ero mai stata tanto felice in vita mia, e andavano bene anche il dolore e il sangue se venivano da te; e poi mi avevi permesso di restare lì, una cosa che di solito non facevi. Non riuscivi a dormire se non eri da solo. Eri sempre solo, alla fine.

Non fraintendermi. Non provavo pietà per te, sarebbe stato un insulto. Laggiù nessuno poteva concedersi il lusso di essere patetico, non in quel carnaio dove ci si ammazzava come bestie per un nonnulla, e tu non facevi eccezione. Ti piaceva che ti si identificasse col pupazzo del diavolo che tenevi appeso alla porta, e poi dicevi a me che il demonio doveva avere i capelli rossi e gli occhi verdi, e io ridevo, e tu dicevi che ci tenevi ad andare all'inferno se dovevi trovarci un demonio così, e io ridevo ancora di più perché ogni tanto i tuoi baffi mi facevano il solletico, e poi smettevo di ridere perché mi toglievi il respiro. Forse era vero che eravamo diavoli della stessa razza, più bravi con i fatti che con le parole. Sapevi ridere, sapevi raccontare storie, ma ciò che di più vero so su di te l'ho imparato quando non c'era bisogno di parlare.


Era un posto infame ma era il tuo orgoglio, tu, il sovrano assoluto dei Five Points; non volevi qualcosa di diverso. Una volta l'avevi persino detto: meglio re di un mucchio di letame che servi in paradiso. Era evidente quando scendevano dai quartieri alti i benefattori della missione e il pastore veniva a presentarteli. Tu arrivavi, con le unghie sporche ma tutto azzimato, e facevi il padrone di casa e perfino il galantuomo con le signore. Chissà se quelle donne eleganti e spesso un po' smorte immaginavano che in certe sere particolarmente ispirate potevi farti mezzo bordello quasi contemporaneamente. Sembravano un po' intimorite da te - facevi quest'impressione a molti, in effetti - ma non riuscivano a non guardarti - e questa è un'altra impressione che facevi a tutti (per quanto mi riguarda, io su di te mi ci consumavo gli occhi, da sempre). Forse intuivano vagamente che non avrebbero mai avuto niente del genere, che i loro mariti sarebbero stati troppo rispettosi o solo indifferenti con loro, e che sarebbero andati a cercare altrove ciò che desideravano veramente. Le guardavo e dentro di me ridevo. Io avevo te, e loro no. Se avessero potuto conoscere la carne e il sangue come li conoscevamo noi, avrebbero perduto tutto ciò che avevano. E sapevo che anche tu, dentro, deridevi quella gente. Potevi indossare abiti eleganti e frequentare i politici, ma non avresti mai fatto a cambio.

Ma io? Io forse sì. Come una gazza, ero attirata dalle cose che luccicano, questo è vero. Ma quando mi spingevo nei quartieri alti, a elemosinare o a truffare o a rubare, non invidiavo tanto le belle cose o i bei vestiti. Invidiavo l'ingenuità. Invidiavo il fatto che quei bambini ricchi avessero il lusso di non dover sapere già come va il mondo. Non parlo di innocenza - ho vissuto abbastanza per dire che nessuno è innocente, da nessuna parte. Ma ai Five Points si nasce vecchi. Non giochi, non fai le prove: sei subito nella mischia, nella merda, nel fango, nessuno ti protegge e se qualcuno lo fa, dovrai dargli qualcosa in cambio.

Mi dirai che, probabilmente, è così ovunque. E che c'è sempre un prezzo, cambia solo la moneta con cui lo paghi.


Mi ricordo una delle prime volte in cui avevo fatto la tortorella, quando avevo l'aspetto finalmente abbastanza adulto e sano da farmi passare per una cameriera. Avevo rubato quasi un'intera collezione di ninnoli d'argento ed ero riuscita a svignarmela dall'ingresso principale senza battere ciglio. Poi ho sentito delle grida: per un attimo avevo temuto che mi avessero scoperta, poi mi sono resa conto che venivano dal palazzo al di là della strada, un posto in cui avevo già progettato di intrufolarmi in futuro. Avevo fatto appena in tempo ad alzare gli occhi che, da una finestra al terzo piano, avevo visto una ragazza gettarsi in strada. Si era subito radunata una folla e io, nonostante corressi il rischio di essere scoperta, ero rimasta lì imbambolata a guardare quella ragazzina, forse della mia età, a faccia in giù sul marciapiede che si stava riempiendo di sangue. Aveva un vestito chiaro... non bianco, o forse bianco con una fantasia a fiori, era estate, e bellissimi capelli biondi che si stavano tutti impiastricciando perché si era spaccata il cranio. Nessuno aveva il coraggio di toccare il cadavere, che aveva una posa strana, da bambola rotta. C'era una parte di me totalmente incredula. Ero abituata a vedere gente morta e magari massacrata anche peggio di così.  Ma tra i Five Points e la Bowery, chi si suicida? La gente è troppo preoccupata a sopravvivere. Eppure quella ragazza aveva preferito morire. Forse era poco allenata a vivere. Non so.
Avevo sentito la gente attorno mormorare, pareva che le avessero imposto di troncare una relazione con non so chi perché sposasse un altro, che a quanto pare detestava.

No Bill, se mai mi ero illusa che la vita dei ricchi fosse veramente migliore, sta sicuro che dopo quell'episodio non l'ho mai più pensato.

Ma ho pensato altro. Che forse quella ragazza era come un uccellino in gabbia, e che la testa se l'era fracassata sbattendo contro le sbarre mentre tentava di uscire. E che io, in fondo, potevo fare la stessa fine, anche se in un mondo alla rovescia, anche se ero più che allenata a sopravvivere. Perché anche se mi spingevo fino a quella parte della città dove i muri delle case sono bianchi e le strade sono larghe, io in realtà non uscivo mai dal confine di Paradise Square. Mi portavo dietro le sue leggi, le sue faide e la certezza che sarei morta in quella stessa piazza fangosa in cui ero nata. Senza muovermi di un millimetro. E' stato allora che ho cominciato a pensare all'ovest, e alla lettera che ti avrei scritto da lì.


Perché chiaramente, se mi chiedevo quale fosse un motivo valido per non lasciare New York, era la tua faccia quella che vedevo. Non sei uno che si lascia facilmente - questa lettera ne è la prova.
Chissà, allora ero ancora indecisa, avrei potuto lasciar perdere i miei propositi e restare lì con te. Poi c'è stata la Faccenda e devi ammettere che hai avuto la tua parte nel farmi prendere una decisione drastica.


Era tuo, non poteva essere che tuo, lo sapevamo entrambi. E tu non ti preoccupavi troppo di prendere precauzioni. E' vero che la maggior parte delle donne che ti giravano intorno erano puttane e nessuno come le puttane sa come ovviare a certi inconvenienti, ma pareva strano che non ci fosse neanche un moccioso a reclamare la gloriosa eredità dei Cutting, macellai. Se ci fosse stato, si sarebbe riconosciuto a prima vista, tu lasciavi sempre il segno. E invece no.
Per questo non te ne preoccupavi. Chiaramente, non l'avresti mai ammesso, ma eri convinto di non poter avere figli. Non so gli altri, ma io l'avevo capito abbastanza presto.

Quello che ancora non capisco è se fossi entrato talmente tanto in quest'ordine di idee da non poter accettare l'evidenza o se avessi solo avuto improvvisamente paura.

C'era un insegnante squattrinato sulla nave che ci ha portati in California, un viaggio lunghissimo, orrendo, e ogni tanto quest'ometto per passare il tempo raccontava delle storie. Una parlava di un dio che divorava i suoi figli perché temeva che, da grandi, lo spodestassero. La madre però riuscì a salvarne uno: e questo, cresciuto, uccise il padre e ne prese il posto, diventando re di tutti gli dei.
E' questo che temevi, William Cutting? Che dalla mia pancia sarebbe uscito quello che ti avrebbe tirato giù dal tuo trono? Quella persona è arrivata lo stesso e divide con me il letto, adesso. A cosa è servito? E se fosse stata una bambina? Che male ti avrebbe fatto?

Devo darti atto che tu non hai mai fatto niente che io non ti avessi chiesto. Ma quell'unica volta in cui mi hai obbligata, mi dispiace, ma ancora una volta faccio fatica a perdonartela.


Tagliato via il bambino, e ancora non si capiva se era maschio o femmina, e io ero quasi morta per lo squarcio nella pancia, e da questa pancia non nascerà più nulla, lo sai, vero?

Mi hai reso sterile, come te. Tu che fino a prima mi scopavi fino allo sfinimento e mi dicevi che ero bellissima mi hai insultata con quella tua voce che tuonava per tutta la città, chiedendomi a chi l'avevo data, chi altri poteva avere interesse in quelle mie gambe stecchite e quelle tette ridicole, e che per quanto ti riguardava non mi avresti più toccata perché ti facevano schifo le donne sfregiate.

Ho fatto finta di non ricordarmene quando, poco tempo dopo, ho visto che te lo facevi succhiare da quella puttana tedesca sfigurata dal vaiolo. O forse non vale come il servizio completo?

Per carità. Scommetto che adesso che tutto è passato te la stai ridendo anche tu.

Ho pensato che me l'avresti pagata. Ti avrei dimostrato che quelle tette ridicole sarebbero piaciute a molti, e che quelle gambe stecchite mi avrebbero portata lontano da te che tu lo volessi o no.

Non mi andavano più bene il dolore e il sangue, neanche quelli che venivano da te. Perché avrei dovuto accettarlo? A che pro? Portavo già addosso segni di cui non mi sarei liberata mai. Se non potevo fare niente per cancellarli, potevo evitare di aggiungerne altri. Portavi con orgoglio le tue cicatrici, ma io non ce la facevo più a ragionare secondo questa logica.


Naturalmente la rabbia, quella devastante e impulsiva, dopo un po' è sfumata; sai, anch'io ho i miei "impeti del momento". D'altra parte, non potevo andarmene su due piedi. Non ne ero ancora in grado; mancavano i soldi - la cifra che avevo risparmiato era ridicola - ed ero ancora legata a te, come quando avevo dodici anni, come tutti, ancora razzolavo nel tuo cortile. Ma per quanto fosse facile cedere alla tentazione di essere ancora protetti e governati da te, non volevo perdere di vista il mio scopo. Per cui, anche quando siamo tornati in rapporti, per così dire, civili ("civile" è sempre una parola grossa riferita ai Five Points, non credi?) mi imponevo di guardarti con un certo distacco. Come avevi fatto con me, continuavi a pescare qualche derelitto dal mucchio, quello che ti sembrava più sveglio, quello che ti sembrava più irlandese - per essere uno che odiava gli irlandesi avevi una strana passione per loro - e lo facevi entrare alla tua corte. E allo stesso modo ti presi vicino Amsterdam.

Solo che lui, come me, aveva un piano. Ma, quasi in un percorso contrario rispetto al mio, il suo piano cominciava a perdere consistenza a mano a mano che scopriva quanto calore sprigionasse il tuo fuoco. Tu, Bill, eri la fiamma più grande in cui tutti i fuochi più piccoli si gettavano per non spegnersi.


Allontanarsi da te era difficile, ma Amsterdam aveva la forza di farlo. Lo so che era proprio questo ciò che avevi visto in lui: sapevi che non ti era vicino solo per convenienza o perché non era in grado di sorreggersi da solo. Vedevi che aveva una forza simile alla tua.

Non sapevi che era figlio di quel Prete Vallon di cui mi avevi tanto parlato e che letteralmente veneravi. Però scommetto che, in fondo in fondo, lo sentivi. Dovevi essere felice di aver finalmente trovato qualcuno che reputavi alla pari con te, come era stato Vallon. Forse, nemmeno tu avevi rinunciato del tutto a cullarti all'idea di avere un erede. E forse ti era piaciuto dimenticare che, per quanto profondamente rispettassi il Prete, non potevi tollerare di convivere con lui.

Sai, i due galli nel pollaio.

Eppure eppure eppure tutta quella rabbia quando scopristi che Amsterdam ti aveva tradito forse provava quanto ti stessi convincendo di poter davvero tenertelo accanto, poter davvero convivere con lui.


E invece, alla legge del sangue si deve obbedire e di re ce ne deve essere uno solo.


Sono rimasta con Amsterdam perché avevo capito che lui, obbedendo a questa regola atroce, l'avrebbe anche spezzata. Perché morto suo padre, morto tu, non aveva motivo di restare ai Five Points. Se ne sarebbe andato, e io con lui.

Ci vogliono anche quelli che se ne vanno, Bill. Noi in fondo eravamo nati emigranti: tu no, eri di un'altra razza. Lo dicevi: "io sono New York".


Io non sono nessun luogo. Sono solo Jenny Everdeane, e dai a quel "solo" il senso che vuoi.

Qui la gente è diversa. E' un paese piccolo dove il macellaio è un vecchietto canuto e tutti hanno il viso tostato dal sole perché sembra sempre estate. Sono un po' incuriositi da noi. Un tizio l'altro giorno ha detto ad Amsterdam che la sua ustione sul viso sembra uno di quei segni che gli indiani si fanno per andare in guerra. Amsterdam gli ha detto che più o meno era proprio così. Che era un segno di guerra che gli aveva fatto un guerriero. Allora il tizio gli ha chiesto se era stato al fronte. No, gli ha detto Amsterdam e l'altro: com'è possibile che sia una ferita di guerra?

C'è sempre qualcuno in guerra in qualche angolo sudicio di mondo, gli ha risposto Amsterdam.

Il tipo l'ha guardato un po' strano, e se n'è andato.

Prima o poi ci ambienteremo. Facciamo lavori onesti. Amsterdam fa il carpentiere. Io aiuto una sarta e sto dietro a una specie di orto che abbiamo piantato dietro casa. E' ancora presto per dire se darà i suoi frutti, ma mi sembra che vada avanti bene.

Dovresti vedermi. Ho preso sole e mi sto riempiendo di lentiggini. Per lo stesso motivo, Amsterdam è diventato ancora più biondo. Qualcosa mi dice che ci troveresti buffi. Quelli di qui ci trovano quasi esotici, ci chiedono di New York come se fosse un altro mondo, e forse in fondo hanno ragione. Né io né Amsterdam riusciamo a trovare risposte soddisfacenti per spiegare loro com'era la vita laggiù. Non ne parliamo nemmeno tra di noi, in realtà. A volte i discorsi vanno da soli in quella direzione e allora stiamo zitti di colpo, la sera, sotto il portico a prendere il fresco, quasi a disagio per la calma estrema che c'è qui dopo il tramonto. Solo qualche animale notturno, e il tuo nome che rimane lì, sospeso tra di noi, senza mai essere pronunciato.


Sono sicura che Amsterdam pensi molto a te, ma non posso dire cosa pensi. Per quanto mi riguarda, te l'ho scritto, anche se senza carta e penna, ora che sento il respiro di Amsterdam vicino a me e gli occhi sono talmente abituati all'oscurità  che distinguo bene ogni singola trave del soffitto di legno, che odora ancora un po' di resina.

Sono calma, immobile. La mia casa, il mio uomo, io padrona di me: niente mi può scalfire.


E ora, ora chiudo gli occhi. Un attimo solo.

Sento il tuo respiro, il tuo odore, il tuo peso sul materasso.


"Ci tengo ad andare all'inferno se ci trovo un demonio così."


E' la tua voce che mi sussurra all'orecchio, e dal modo in cui lo dici capisco che stai sorridendo.

Non dici sul serio.

E io mi sto ancora scaldando al tuo fuoco.


Tua,

Jenny