Nota: Una fanfiction simile su Gangs of New York mi ronzava
in testa fin da quando avevo visto il film... Questa è una versione più
sintetica e asciutta di ciò che avevo cominciato a buttare giù al tempo. E' un
misto tra un racconto epistolare e un monologo interiore... Francamente non
credo che GONY sia molto fanficchizzabile (e nemmeno credo che "fanficchizzabile"
sia una parola, se è per quello ^_^), però non riuscivo a non pensare che, in
fondo, valeva la pena di saperne di più sul rapporto tra Jenny e Bill - anche
perché lo ritengo potenzialmente più interessante di quello tra Amsterdam e
Jenny, poiché più che come amanti li vedevo come amici o alleati... E poi,
come in fondo fa Jenny, volevo tenere Bill ancora un po' con me ;-)
Unforgettable Fire
Il falò di quei giorni... Kentaro Miura - Berserk ...il fuoco indimenticabile è dunque anche una forza che consuma. Bono Caro Bill, spero mi scuserai se, in realtà, non scriverò mai questa lettera.
Temo che se prendessi in mano la penna farei un bel pasticcio. E poi penso che
anche così ti arriverà lo stesso, lì dove sei. Ho sempre pensato che ti avrei
scritto dall'ovest, un giorno, per farti vedere dov'ero arrivata. Saresti stato
orgoglioso della tua bambina? Eri una persona imprevedibile, Bill, e dopo tutti
gli anni che avevo passato vivendoti vicino ancora non sapevo fino in fondo cosa
aspettarmi da te.
Da noi il cielo non si vedeva mai per intero, mentre qui all'ovest sembra dieci, cento volte più grande più blu, tanto che a volte mi fa quasi paura, e allora mi do della sciocca perché mi sembra di essere un uccellino che ha nostalgia della gabbia. E poi, ricordo che quel rettangolo di cielo era diventato nero, un'ombra l'aveva coperto, e quell'ombra eri tu, smisurato come una torre, e mi sono sempre chiesta cosa avessi visto in me, quella volta, per decidere di raccogliermi invece di lasciarmi lì a morire come succedeva a tutti. Ero scheletrita, forse con la polmonite, inequivocabilmente irlandese. Davvero, non so cosa avessi potuto vedere in me. Non sembravi il tipo da far beneficenza - di sicuro non nel modo in cui la facevano quelli dei quartieri alti, così, alla cieca, giusto per mettersi a posto la coscienza o perché lo richiede la società. Forse io sono finita dentro al tuo... impeto del momento? Dio solo sa quante altre volte mi sarei trovata in mezzo ai tuoi "impeti del momento", nella mia vita.
Pagasti il vecchio pastore perché mi insegnasse a leggere, almeno quanto bastava perché ti leggessi i titoli del giornale la mattina quando giocavi a carte con i tuoi scagnozzi, e tu ti vantavi di me e dicevi: guardate la mia bambina com'è sana, e come l'ho istruita. Ed era vero, perché dopo essere quasi morta avevo ripreso a vivere a doppia velocità, non camminavo mai, correvo e basta, ed era stato naturale per me diventare il capo di quella banda di ladruncoli che razzolava nel tuo cortile. Poi ti portavo tutto perché mi sembrava giusto farlo, non perché avessi paura di te. Doveva ancora arrivare il momento in cui avrei voluto dimostrare, a te ma soprattutto a me stessa, che potevo farcela anche da sola; che sarei sopravvissuta anche lontano dal tuo fuoco perché nessuno, nemmeno tu, aveva il diritto di possedermi. E poi, doveva ancora arrivare il momento della Faccenda.
Ti ricordi certo di Fischio, quello senza un dente davanti che parlava sibilando e che una sera di primavera aveva tentato di violentarmi praticamente lì, in strada, ed io gli avevo piantato uno stiletto nella gamba ed ero scappata. Tu l'avevi saputo subito. L'eri andato a prendere e gli avevi staccato di netto e gli avevi staccato di netto le mani con la mannaia da macellaio. Sento ancora il colpo sordo della lama sul bancone, e tu che copri le sue urla di dolore ruggendo: "ritieniti fortunato, caro il mio Fischio di merda, che non sei neanche riuscito a calarti le braghe, se no invece delle mani ti avrei tagliato le palle e te le avrei fatte mangiare, ammesso che tu le abbia. Ma chi sei? Chi pensi di essere per farmi fesso? Non si tocca ciò che è mio. E che non veda più quel tuo brutto muso qui ai Five Points, o invece delle mani ti stacco la testa e la uso come pitale." Era stato uno spettacolo orrendo ma in quel momento ti avevo adorato più di quanto già non facessi. Poi quando i tuoi avevano portato, o meglio trascinato fuori Fischio, mi avevi guardato e mi avevi detto: puoi stare sicura che d'ora in poi quello starà alla larga, ma sta in campana, Jenny... con quegli occhi che hai... gli uomini ti guarderanno sempre.
Invece poi ti sei svegliato, e non ci sono state troppe parole, e quanto male! Quanto sangue! Ma non ero mai stata tanto felice in vita mia, e andavano bene anche il dolore e il sangue se venivano da te; e poi mi avevi permesso di restare lì, una cosa che di solito non facevi. Non riuscivi a dormire se non eri da solo. Eri sempre solo, alla fine. Non fraintendermi. Non provavo pietà per te, sarebbe stato un insulto. Laggiù nessuno poteva concedersi il lusso di essere patetico, non in quel carnaio dove ci si ammazzava come bestie per un nonnulla, e tu non facevi eccezione. Ti piaceva che ti si identificasse col pupazzo del diavolo che tenevi appeso alla porta, e poi dicevi a me che il demonio doveva avere i capelli rossi e gli occhi verdi, e io ridevo, e tu dicevi che ci tenevi ad andare all'inferno se dovevi trovarci un demonio così, e io ridevo ancora di più perché ogni tanto i tuoi baffi mi facevano il solletico, e poi smettevo di ridere perché mi toglievi il respiro. Forse era vero che eravamo diavoli della stessa razza, più bravi con i fatti che con le parole. Sapevi ridere, sapevi raccontare storie, ma ciò che di più vero so su di te l'ho imparato quando non c'era bisogno di parlare.
Ma io? Io forse sì. Come una gazza, ero attirata dalle cose che luccicano, questo è vero. Ma quando mi spingevo nei quartieri alti, a elemosinare o a truffare o a rubare, non invidiavo tanto le belle cose o i bei vestiti. Invidiavo l'ingenuità. Invidiavo il fatto che quei bambini ricchi avessero il lusso di non dover sapere già come va il mondo. Non parlo di innocenza - ho vissuto abbastanza per dire che nessuno è innocente, da nessuna parte. Ma ai Five Points si nasce vecchi. Non giochi, non fai le prove: sei subito nella mischia, nella merda, nel fango, nessuno ti protegge e se qualcuno lo fa, dovrai dargli qualcosa in cambio. Mi dirai che, probabilmente, è così ovunque. E che c'è sempre un prezzo, cambia solo la moneta con cui lo paghi.
No Bill, se mai mi ero illusa che la vita dei ricchi fosse veramente migliore, sta sicuro che dopo quell'episodio non l'ho mai più pensato. Ma ho pensato altro. Che forse quella ragazza era come un uccellino in gabbia, e che la testa se l'era fracassata sbattendo contro le sbarre mentre tentava di uscire. E che io, in fondo, potevo fare la stessa fine, anche se in un mondo alla rovescia, anche se ero più che allenata a sopravvivere. Perché anche se mi spingevo fino a quella parte della città dove i muri delle case sono bianchi e le strade sono larghe, io in realtà non uscivo mai dal confine di Paradise Square. Mi portavo dietro le sue leggi, le sue faide e la certezza che sarei morta in quella stessa piazza fangosa in cui ero nata. Senza muovermi di un millimetro. E' stato allora che ho cominciato a pensare all'ovest, e alla lettera che ti avrei scritto da lì.
Quello che ancora non capisco è se fossi entrato talmente tanto in quest'ordine di idee da non poter accettare l'evidenza o se avessi solo avuto improvvisamente paura. C'era un insegnante squattrinato sulla nave che ci ha portati in California,
un viaggio lunghissimo, orrendo, e ogni tanto quest'ometto per passare il tempo
raccontava delle storie. Una parlava di un dio che divorava i suoi figli perché
temeva che, da grandi, lo spodestassero. La madre però riuscì a salvarne uno:
e questo, cresciuto, uccise il padre e ne prese il posto, diventando re di tutti
gli dei. Devo darti atto che tu non hai mai fatto niente che io non ti avessi chiesto. Ma quell'unica volta in cui mi hai obbligata, mi dispiace, ma ancora una volta faccio fatica a perdonartela.
Mi hai reso sterile, come te. Tu che fino a prima mi scopavi fino allo sfinimento e mi dicevi che ero bellissima mi hai insultata con quella tua voce che tuonava per tutta la città, chiedendomi a chi l'avevo data, chi altri poteva avere interesse in quelle mie gambe stecchite e quelle tette ridicole, e che per quanto ti riguardava non mi avresti più toccata perché ti facevano schifo le donne sfregiate. Ho fatto finta di non ricordarmene quando, poco tempo dopo, ho visto che te lo facevi succhiare da quella puttana tedesca sfigurata dal vaiolo. O forse non vale come il servizio completo? Per carità. Scommetto che adesso che tutto è passato te la stai ridendo anche tu. Ho pensato che me l'avresti pagata. Ti avrei dimostrato che quelle tette ridicole sarebbero piaciute a molti, e che quelle gambe stecchite mi avrebbero portata lontano da te che tu lo volessi o no. Non mi andavano più bene il dolore e il sangue, neanche quelli che venivano da te. Perché avrei dovuto accettarlo? A che pro? Portavo già addosso segni di cui non mi sarei liberata mai. Se non potevo fare niente per cancellarli, potevo evitare di aggiungerne altri. Portavi con orgoglio le tue cicatrici, ma io non ce la facevo più a ragionare secondo questa logica.
Solo che lui, come me, aveva un piano. Ma, quasi in un percorso contrario rispetto al mio, il suo piano cominciava a perdere consistenza a mano a mano che scopriva quanto calore sprigionasse il tuo fuoco. Tu, Bill, eri la fiamma più grande in cui tutti i fuochi più piccoli si gettavano per non spegnersi.
Non sapevi che era figlio di quel Prete Vallon di cui mi avevi tanto parlato e che letteralmente veneravi. Però scommetto che, in fondo in fondo, lo sentivi. Dovevi essere felice di aver finalmente trovato qualcuno che reputavi alla pari con te, come era stato Vallon. Forse, nemmeno tu avevi rinunciato del tutto a cullarti all'idea di avere un erede. E forse ti era piaciuto dimenticare che, per quanto profondamente rispettassi il Prete, non potevi tollerare di convivere con lui. Sai, i due galli nel pollaio. Eppure eppure eppure tutta quella rabbia quando scopristi che Amsterdam ti aveva tradito forse provava quanto ti stessi convincendo di poter davvero tenertelo accanto, poter davvero convivere con lui.
Ci vogliono anche quelli che se ne vanno, Bill. Noi in fondo eravamo nati emigranti: tu no, eri di un'altra razza. Lo dicevi: "io sono New York".
![]() Qui la gente è diversa. E' un paese piccolo dove il macellaio è un vecchietto canuto e tutti hanno il viso tostato dal sole perché sembra sempre estate. Sono un po' incuriositi da noi. Un tizio l'altro giorno ha detto ad Amsterdam che la sua ustione sul viso sembra uno di quei segni che gli indiani si fanno per andare in guerra. Amsterdam gli ha detto che più o meno era proprio così. Che era un segno di guerra che gli aveva fatto un guerriero. Allora il tizio gli ha chiesto se era stato al fronte. No, gli ha detto Amsterdam e l'altro: com'è possibile che sia una ferita di guerra? C'è sempre qualcuno in guerra in qualche angolo sudicio di mondo, gli ha risposto Amsterdam. Il tipo l'ha guardato un po' strano, e se n'è andato. Prima o poi ci ambienteremo. Facciamo lavori onesti. Amsterdam fa il carpentiere. Io aiuto una sarta e sto dietro a una specie di orto che abbiamo piantato dietro casa. E' ancora presto per dire se darà i suoi frutti, ma mi sembra che vada avanti bene. Dovresti vedermi. Ho preso sole e mi sto riempiendo di lentiggini. Per lo stesso motivo, Amsterdam è diventato ancora più biondo. Qualcosa mi dice che ci troveresti buffi. Quelli di qui ci trovano quasi esotici, ci chiedono di New York come se fosse un altro mondo, e forse in fondo hanno ragione. Né io né Amsterdam riusciamo a trovare risposte soddisfacenti per spiegare loro com'era la vita laggiù. Non ne parliamo nemmeno tra di noi, in realtà. A volte i discorsi vanno da soli in quella direzione e allora stiamo zitti di colpo, la sera, sotto il portico a prendere il fresco, quasi a disagio per la calma estrema che c'è qui dopo il tramonto. Solo qualche animale notturno, e il tuo nome che rimane lì, sospeso tra di noi, senza mai essere pronunciato.
Sono calma, immobile. La mia casa, il mio uomo, io padrona di me: niente mi può scalfire.
Sento il tuo respiro, il tuo odore, il tuo peso sul materasso.
Non dici sul serio. E io mi sto ancora scaldando al tuo fuoco.
Jenny |